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Alcune schematiche note e considerazioni sui recenti fatti in Kosovo
( Claudio Gherardini )
La tensione in Kosovo/Methodja nasce nel 1300 e riguarda Serbi e Musulmani e ora Serbi e Albanesi (musulmani in maggioranza). La dissoluzione della Yugoslavia e la atavica crisi del kosovo hanno pertanto tempi diversi anche se si incrociano.
Alla morte di Tito nel 1980 gli osservatori temevano una crisi della Federazione Jugoslava ma non ne immaginavano certo la dissoluzione. Temevano invece soprattutto una imminente crisi in Kosovo, dove la terra natìa del popolo serbo era ormai a forte maggioranza albanese e per questo il governo di Belgrado la teneva sotto tacco duro.( Questo è anche il motivo del molto recente appoggio della Lega Nord a Milosevic che, comunque, in due decenni, per motivi diversi, è stato appoggiato da Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, e, in Italia, da Agnelli/Fiat (zastava), Gianfranco Fini (chiesto da Milosevic l'appoggio in cambio di Istria e Dalmatia, rifiutato), Fausto Bertinotti e Armando Cossutta (il sogno del compagno Tito va preservato) e Gianni De Michelis (amicizie varie), e le loro aree politico economiche.)
La crisi di questi giorni è scattata con modalità classiche al punto che quello che è avvenuto come scintilla (aggressione e morte di tre ragazzini albanesi in fuga da coetanei serbi) poteva accadere anche nel 1984, cioè 20 anni fa. La differenza è che gli albanesi, per all'intervento della NATO sono armati e più forti e Belgrado non può niente. Situazione inversa a quella degli ultimi 20 anni, sino all'intervento NATO del 2000..
Ho potuto vedere con i miei occhi la situazione di militarizzazione e distruzione da parte di Belgrado sul Kosovo nel dicembre del 1998, prima dell'attacco NATO. Fino al 1999 Rugova (il Gandhi dei balcani) e gli albanesi venivano ammirati per non aver ceduto a violenze nonostante fossero stati sottoposti a vessazioni e repressioni per almeno 20 anni. Poi si arrivò a chiudere anche le università riservate agli albanesi e altre amenità. A quel punto nacque UCK che conosciamo oggi.
La situazione tragica di oggi in Kosovo sta espandendosi a macchia d'olio. L'unica speranza che non scoppino disordini anche in Bosnia è che nell'immaginario del serbo bosniaco la figura dell'albanese non sia assimilabile più di tanto a quella del bosniaco musulmano. Una speranza molto labile. Se poi scattano i serbi ci sarà certamente qualche croato che approfitterà per unirisi alla caccia al musulmano.
Tutto considerato appare chiaro che il prodotto delle missioni militari e dalla poderosa quantità di denaro speso nei Balcani in progetti a tutti i livelli, è un fallimento pressochè totale. Si sono bloccati gli eserciti ma non si poteva istillare la pace, nè tantomeno la democrazia, almeno con i metodi usati. Quello che si temeva sta accadendo. Nessun esercito può fermare le violenze di piazza diffuse se non a prezzo altissimo.
Unico intervento decisivo e positivo è stato il bombardamento che ha portato alla liberazione di Sarajevo dall'assedio vergognoso. Gli interventi seguenti si sono svolti sempre in un quadro meno chiaro e meno legale sino a divenire azioni militari di aggressione in aree dove, contrariamente alla Bosnia e al Kosovo, non era in atto alcun conflitto che le motivasse. (afghanistan, iraq). Il caso del bombardamento di Belgrado per proteggere gli albanesi in kosovo rimane esempio demenziale e estremamente controproducente. Unico motivo poteva essere punire la capitale serba per aver ispirato le guerre bancaniche, ma giungeva fuori tempo massimo.
Le strutture ONU, UE e NATO appaiono sino a oggi, nell'ordine, inadeguate, incompetenti oppure abusive nella risoluzione del conflitti. Questo è dovuto in gran parte alle mitiche "cancellerie" europee, e mondiali che giocano per definizione su più tavoli rendendo tutti gli accordi e le strategie come minimo precarie e inaffidabili.
Rimane aperto il problema della risoluzione pacifica o della pacificazione delle controversie internazionali, dei conflitti militari locali e dei conflitti civili su base politica o etnica. Il primo passo potrebbe essere la riforma dell'ONU che è avversata, non certo a caso, dagli Stati che hanno ruoli preponderanti e di controllo su una o più aree geopolitiche o auspicano di averne.
Unico embrione di una forma di giustizia transnazionale resta il TPY dell'Aja. Sbeffeggiato praticamente da tutti, deboli e potenti e poveri e ricchi e pertanto "mobbizzato" e reso quasi inoperativo.
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