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Sessione speciale del Consiglio di Sicurezza a Nairobi su Sudan e Somalia
( Valentina Piattelli )
Nel corso di un’inconsueta seduta del Consiglio di Sicurezza a Nairobi, in Africa, il governo sudanese e i ribelli del Sud hanno firmato oggi, davanti agli inviati dell’Onu, un memorandum di intenti per porre fine alla più lunga guerra civile in Africa entro il 31 dicembre (si veda [link href="http://www.squilibrio.it/index.php?idcontainer=590"]http://www.squilibrio.it/index.php?idcontainer=590[/link]), che ha provocato oltre 2 milioni divittime, soprattutto per carestie e malattie.
Secondo il governo statunitense quello che sta accadendo nel Darfur, dove migliaia di rifugiati sono vittime delle milizie del governo sudanese, è un vero e proprio genocidio. Per questo gli Stati Uniti hanno voluto tenere questa sessione speciale del Consiglio di Sicurezza e per fare più pressione hanno voluto tenerla in Africa (infatti è solo la quarta volta che il Consiglio di sicurezza si incontra fuori dalla sua sede a New York).
Il presidente del Consiglio di Sicurezza e ambasciatore alle Nazioni Unite degli Stati Uniti, John C. Danforth, ha detto al rappresentante del governo sudanese, Ali Osman Taha, e al capo del Movimento di Liberazione Popolare sudanese, John Garang: “[i]Adesso tocca a voi provare agli scettici e ai pessimisti che sono nel torto. Le violenze e le atrocità che sono state commesse devono cessare subito. Avete sentito chiaramente le indicazioni del Consiglio di Sicurezza, seguitele![/i]”
Il Consiglio di Sicurezza ha promesso aiuti internazionali al governo sudanese se questi avesse raggiunto accordi di pace con i ribelli del Sud. Però per quanto riguarda la crisi nel Darfur la mozione del Consiglio – a causa delle pressioni di Russia, Cina, Pakistan e Algeria, si è limitata a minacciare “iniziative contro quelle parti” che non avessero cessato le ostilità nel Darfur. All’apertura della seduta speciale, Kofi Annan ha ricordato che quello che accade nel Darfur è responsabilità sia del governo sudanese sia dei ribelli.
Il Consiglio si è anche occupato della richiesta del nuovo presidente somalo, Abdullahi Yusuf Ahmed,, per l’invio di una grande missione di pace che ponga fine, anche con l’uso delle armi, alla guerra civile che insanguina il paese da anni.
Abdullahi Yusuf Ahmed è stato eletto il 10 ottobre scorso e non è ancora stato formalmente riconosciuto dalle Nazioni Unite come rappresentante della Somalia: “Questo nuovo governo – ha detto – non ha un esercito addestrato, non ha una polizia organizzata, né personale di sicurezza. Per questo chiediamo al Consiglio di intraprendere i passi necessari per programmare una missione di peacebuilding che preveda il dispiegamento di forze di stabilizzazione in Somalia il prima possibile”
Il Consiglio ha adottato una risoluzione del presidente che a sostegno del nuovo governo che sarà forse il primo governo somalo ad essere riconosciuto dalle Nazioni Unite dai tempi del dittatore Siad Barre. Cinque stati membri (Russia, Gran Bretagna, Brasile, Spagna e Stati Uniti) hanno però espresso dubbi sul seguito che godrebbe il governo in Somalia e sul fatto di dover usare la forza in queste condizioni di incertezza.
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