Fëdor Michajlovič Dostojevskij

«La massima tortura che esiste al mondo è appunto quella consapevolezza dell'inevitabilità»

 

Nel 1849 lo scrittore russo Fëdor Michajlovič Dostojevskij fu condannato a morte per le sue convinzioni socialiste. Quando era ormai già di fronte la patibolo, la condanna capitale fu commutata in una condanna a quattro anni di lavori forzati in Siberia. L’impressione violenta della commutazione della condanna all’ultimo momento è stata da lui rievocata in numerosi scritti. In particolare nel romanzio «L’Idiota», dove il principe Myskin descrive ad un servo un’esecuzione mediante ghigliottina a cui aveva assistito; di fronte al commento del servo, secondo il quale la ghigliottina ridurrebbe le sofferenze dei condannati, Myskin commenta:

«L'osservazione che avete fatta adesso, la fanno tutti, e la ghigliottina è stata inventata appunto per questa ragione. A me, invece balenò in mente anche allora questo pensiero: 'Non potrebbe darsi che questo sistema fosse peggiore di altri?' Vi sembra forse ridicola e pazza una simile supposizione? Ma, con un po' d'immaginazione, un pensiero simile può avere anche la sua ragion d'essere. Guardate un po': prendiamo la tortura; i! dolore, le ferite, le sofferenze materiali distraggono il condannato dalla tortura morale, in modo che, fino al momento della morte, non si sentono altre torture che quelle del!a carne. II vero dolore, invece, Il dolore più forte, forse non consiste nelle ferite, ma nella coscienza che, ecco, fra un'ora, poi fra dieci minuti, fra un mezzo minuto, adesso, subito, l'anima abbandonerà il corpo e si cesserà di essere un uomo, e che tutto ciò è deciso ed inevitabile, soprattutto la coscienza che ciò è inevitabile. II momento più terribile è quella quarta parte di secondo in cui tu hai messo proprio la testa sotto il coltello e lo senti scivolare per colpirti. Dovete sapere che non è una mia idea, ma che pensano cosi anche molti altri. Io ci credo assolutamente, posso dire che questa è proprio la mia opinione. La pena di morte che danno per un assassinio è un castigo sproporzionatamente grave. Un assassinio legale è cento volte più terribile di un assassinio brigantesco. L'individuo che viene ucciso dai briganti, di notte, in un bosco o in qualche altro luogo, ha sempre fino all’ultimo momento la speranza di salvarsi. Si possono citare esempi di uomini che, con le gole tagliate, speravano e imploravano ancora, oppure cercarono di fuggire. Qui, invece, quest'ultima speranza, che rende la morte dieci volte meno terribile, vi è tolta irrevocabilmente, con una sentenza di condanna; la più terribile tortura, la massima tortura che esiste al mondo è appunto quella consapevolezza dell'inevitabilità. Conducete un soldato in piena battaglia fin sotto la bocca di un cannone, egli spererà fino al momento in cui gli spareranno addosso; leggete invece allo stesso soldato un decreto che lo condanni alla morte sicura, ed egli piangerà o impazzirà. Chi ha detto che la natura umana può sopportarlo senza impazzire? Perché quel mostruoso e inutile vituperio? Può darsi che esista un uomo cui sia stata letta la condanna a morte, cui si sia lasciata sopportare questa tortura e poi sia stato detto; 'Va, ti perdoniamo. Un tale uomo potrebbe raccontare molte cose. Di questa tortura e di questo terrore appunto parlò Cristo. No, non è permesso agire in questo modo con un essere umano».